Molti articoli stanno segnalando la presenza di alterazioni coagulative nei pazienti affetti da COVID-19, peraltro correlate alla prognosi, risultando più rilevanti nei pazienti che non sopravvivono.
Ciò riguarda in particolare il PT e, soprattutto il D-dimero, il cui incremento è risultato il parametro predittivo di mortalità più significativo tra quelli valutati, anche rispetto a indici tipicamente molto importanti, come il SOFA score (Sequential Organ Failure Assessment Zhou et al, The Lancet 2020). Ciò sembra correlabile allo stato di iperattivazione infiammatoria in risposta all’infezione da Coronavirus, che si riflette in un’abnorme attivazione coagulativa, paragonabile ad una coagulazione intravascolare disseminata (CID) acuta-subacuta.
Un recente brief report pubblicato dal Journal of Thrombosis and Haemostasis (Tang et al, 2020)  sottolinea questi dati, evidenziando come, applicando lo score derivante dai criteri diagnostici di CID dell’ISTH, il 71,4% degli affetti da COVID-19 che non sopravvivevano presentava uno score compatibile con CID (>=5) entro una mediana di 4 giorni dal ricovero. Ciò si verificava invece solo in meno dell’1% dei pazienti che superavano la malattia.
Le valutazioni di questo studio si riferiscono ad una casisitica piuttosto limitata (183 pazienti, 21 dei quali deceduti), ma studi più ampi confermano, come su accennato, il disturbo coagulativo secondario a questa patologia, che andrà approfondito e considerato alla ricerca delle strategie ottimali per la gestione clinica.