Giornata dell’Emofilia: Meno Male

Milano, 22 Maggio 2022

Luogo dell’evento: Triennale di Milano

Razionale dell’evento: 

Il dolore è un’esperienza intrinsecamente umana, universale ma al contempo irriducibilmente soggettiva, la voce del corpo che si contrappone al suo silenzio, come Gadamer definisce la condizione di salute. E in effetti se parliamo di malattie il dolore è forse il sintomo per eccellenza, certamente quello che il paziente non può ignorare e per il quale chiede una risposta assistenziale immediata ed efficace.

Eppure, per quanto la classificazione del dolore non solo come sintomo ma come condizione patologica in sé risalga agli anni ’50 del secolo scorso (il medico italiano John Bonica, emigrato negli Stati Uniti con la famiglia, pubblicò nel 1953 il fondamentale testo The Management of Pain) ed esista una branca della medicina chiamata algologia, i pazienti lamentano una scarsa considerazione e un trattamento insufficiente. La fisiologia del dolore ci dice che la sua percezione è il risultato di fattori biologici, psicologici, sociali, culturali e spirituali e richiede quindi, come suggeriscono le Linee guida dell’OMS, un approccio globale, in linea con quel modello biopsicosociale che nel lontano 1977 lo psichiatra George Engel indicava come una necessità e una sfida per affrontare le malattie.

Quegli stessi fattori che caratterizzano il dolore giocano però anche un ruolo nella sua gestione spesso inadeguata a fronte delle aspettative dei pazienti. La soggettività nella tolleranza e nella risposta al dolore, unita all’impossibilità di misurarlo attraverso biomarcatori o esami strumentali, fatica a trovare spazio all’interno del tuttora dominante paradigma scientista, profondamente improntato al modello biomedicale, mentre gli aspetti psicologici, sociali, culturali e spirituali scontano una considerazione marginale e ancillare rispetto al trattamento strettamente medico-sanitario della malattia.

Il discorso sul dolore è in larga parte coincidente con il discorso sulla malattia. Il suo peso duplica e riverbera quello della malattia da cui è provocato, e come la malattia va affrontato tenendo conto delle implicazioni e delle risonanze che produce, uscendo dalla retorica della sofferenza come momento nobilitante, eroico o addirittura espiativo dell’esistenza e consentendo così l’operazione salvifica della ricerca e costruzione di senso.

 

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