A cura della Redazione

Nel corso della sessione dedicata alla terapia genica, il Prof. Armando Tripodi ha affrontato il tema: ruolo e l’importanza del laboratorio.

Il laboratorio è indispensabile in tre contesti:

  • Per la ricerca e la quantificazione degli anticorpi preesistenti neutralizzanti e non neutralizzanti i vettori virali adeno-associati (AAV), la cui presenza può rappresentare un criterio di esclusione alla terapia genica. E’ possibile usare test immunologici o funzionali a seconda del prodotto e del protocollo in uso. Secondo le indicazioni attuali, un laboratorio centralizzato dovrebbe essere organizzato per eseguire queste indagini, sicuramente per la conferma di quanto riscontrato nel laboratorio del centro che arruola il paziente; inoltre, a seconda del preparato commerciale da utilizzare sarà  necessario ricercare gli anticorpi anti-AAV in tutti i pazienti.
  • Per misurare i livelli del fattore transgenico nel monitoraggio della risposta alla terapia. Due le modalità  di test disponibili:
    • test della coagulazione one-stage (OSA) basato sul test del tempo di tromboplastina parziale attivata (aPTT) combinato con plasma carente di FVIII o FIX. L’endpoint di questo test è coagulometrico.
    • test cromogenico (CSA) basato sulla capacità  del plasma del paziente, arricchito con fattori della coagulazione esogeni diversi dal FVIII o dal FIX, di generare FXa attivato. FXa viene a sua volta viene misurato da uno specifico substrato cromogenico e il suo punto finale si basa sulla misurazione fotometrica.
  • valutazione della funzionalità  epatica: dosaggio degli enzimi epatici.

Un aspetto attualmente molto discusso è rappresentato dalla discrepanza riscontrata tra i due metodi per dosaggio dei fattori VIII e IX nei pazienti sottoposti a terapia genica. Questo è verosimilmente dovuto alla diversa struttura dei fattori transgenici rispetto al fattore nativo.

Emerge infatti che il metodo coagulativo esprime valori più alti rispetto al cromogenico e che nell’ambito dei test coagulativi i dati differiscono in base al reagente utilizzato.

I risultati dei dosaggi effettuati invece con metodica cromogenica sono tra loro più sovrapponibili.

Questa discrepanza può avere implicazioni significative sulla gestione della terapia e sulla valutazione della risposta dei pazienti.

Ad oggi non c’è nessun modo per evitare tale diversità  e non ci sono indicazioni su quale test, se coagulativo o cromogenico, sia da prediligere per il dosaggio del fattore transgenico.

Quale può essere l’orientamento? Si potrebbero usare gli stessi metodi degli studi registrativi, anche se non è sempre facile individuarli e tanto meno renderli disponibili in molti laboratori. L’uso del metodo coagulativo darebbe dei valori più alti e potrebbe essere falsamente rassicurante. Infine, l’uso del metodo cromogenico potrebbe essere una scelta prudenziale rispetto al metodo coagulativo.

Non vi è però ad oggi una scelta definitiva se non il buon senso e l’interpretazione del dato di laboratorio sulla base del quadro clinico.