A cura di Emanuela Marchesini

After the Danger Theory, is the Discontinuity Theory the next Paradigm to Understand Immune Response Against Factor VIII? La teoria della Discontinuità

Pradeau parte dalla disamina di dati recenti che suggeriscono che la teoria del Danger Signal potrebbe non essere corretta. In una relazione molto avvincente chiama in causa anche la filosofia oltre alla medicina e alla biologia.

Pradeau ci fa riflettere sul fatto che il sistema immune non si attiva solo in risposta a stimoli che riconosce come non-self , dunque elimina le cellule tumorali anche se di origine endogena; tuttavia, di contro, non si osserva una risposta immunologica contro sostanze esogene geneticamente riconoscibili come non-self quando queste interagiscono con il sistema immune stesso in piccole quantità e in maniera progressiva. Le stesse sembrano provocare quando si presentano in piccole dosi e in maniera discontinua modificazioni dei ligandi che non finiscono per provocare l’attivazione del sistema immune.

Esistono infatti diversi esempi di sistemi biologici che mostrano che il sistema immune sviluppa specificamente un tasso di cambiamento ad uno stimolo che si presenta nel tempo senza per questo provocare una risposta contro lo stimolo stesso. Le neuroscienze e la biologia molecolare ci offrono molti esempi di quanto affermato (Casci, 2010). In poche parole la teoria della discontinuità sostiene che molte cellule del sistema immune, tra cui le cellule Natural Killer, i macrofagi e i linfociti T e B sono attivati in accordo con il tempo per cui rimane modificato il loro legame molecolare.

Andando più in pratica se la teoria della discontinuità (Pradeau et al. nel 2013) fosse confermata la somministrazione di bassissime dosi di concentrati di fattori in regime di profilassi potrebbe facilitare il riconoscimento come self dei concentrati stessi prevenendo la formazione degli inibitori. Tutto naturalmente rimane da dimostrare ma è sempre interessante cambiare i nostri punti di vista.

Regulation of Inflammation By Intestinal Microbiota: L’eumicrobiosi

I microbioti simbiotici reprimono lo sviluppo di infiammazioni allergiche con un meccanismo non chiaro. Sappiamo che i batteri intestinali inducono la generazione di T cells tipo 3 (Th17 che si associano alle Treg) che vanno a regolare le cellule T2 proallergiche. In assenza di cellule T3 la risposta allergica viene ad essere esacerbata. In aggiunta, l’assenza dei microbioti sembra avere lo stesso effetto della mancanza di regolazione ( “imprinting”) che si osserva durante le fasi di sviluppo.

Eberl sostiene che quando viene perso l’equilibrio microbiotico, perché manca un tipo di saprofita, si va incontro allo sviluppo di un quadro infiammatorio. Conclude infine che sulla base di questa teoria possono essere disegnate strategie terapeutiche volte a ripristinare l’eumicrobiosi al fine di controllare e prevenire le immunopatologie.

Rimane ancora da capire come questo concetto possa aiutarci a comprendere meglio lo sviluppo degli inibitori e soprattutto ad approntare strategie terapeutiche preventive per lo sviluppo di inibitori. Una riflessione del tutto personale mi fa supporre che forse questo tipo di meccanismo potrebbe essere più interessante per lo sviluppo di autoanticorpi per l’emofilia Acquisita o per il raro sviluppo di alloanticorpi nei PTP?

Vaccination are not increasing the risk for inhibitor development Van den Berg

La van den Berg ci riporta una sottoanalisi del PedNET su 604 PUPs con severa emofilia A che hanno subito vaccinazioni tra la prima e la 75° giornata di esposizione e trattamento con fattore VIII, 48 ore prima e 24 ore dopo la somministrazione del vaccino stesso. 232 PUPs di 375 hanno ricevuto la somministrazione di fattore. Di questi solo 38 hanno sviluppato inibitore (16.4%).
Nei pazienti che non hanno ricevuto la somministrazione di fattore si è osservato un tasso di inibitori del 27.3 %. L’ hazard ratio aggiustato per qualsiasi tipo di inibitore è 0.65 (95%, CI 0.38-1.09). In conclusione la vaccinazione associata alla somministrazione di fattore VIII non risulta associata ad un maggior rischio di inibitore.