a cura di Emanuela Marchesini

Perception of Other’s Pain: Between Resistance and Denial, or Why Physicians Understimate Patient’s Pain“ La percezione del dolore altrui“ Danziger

Molto interessante è stata questa riflessione caratterizzata da un alto tasso di umanizzazione delle medicina in un ambito in cui di solito si è molto “scientifici” e poco umani. Danziger ci dice cose che sappiamo e sulle quali tendiamo a non riflettere. Per trattare il dolore altrui dobbiamo riuscire a capirlo, dobbiamo avere la capacità di immaginare il dolore altrui: al contrario tendiamo a sottostimarlo. Anche quando parliamo di empatia, intendendola come capacità di “mettersi nelle scarpe altrui”, facciamo un errore di concetto. Se noi ci mettiamo nelle scarpe altrui lo facciamo con i nostri piedi: non comprenderemo mai davvero bene cosa davvero provi l’altro. Danziger conclude dicendo che noi, per capire davvero il dolore, dobbiamo utilizzare una sfera che in campo medico siamo poco allenati ad utilizzare: la sfera emozionale. Solo così potremo davvero essere in assonanza con il nostro paziente.

La sessione continua con la Roussel che ci guida attraverso una disamina di cosa succede al livello entrale quando il paziente sente dolore cronicamente con una relazione dal titolo: “ Thinking Beyond Muscles and Joints: How to explain the role of the central nervous system and the importance of altered central pain mechanism in patients with chronic pain? “.

La Roussel, che nella vita non si occupa di emofilia, si sofferma sulla riflessione che a dispetto di un’alta prevalenza di dolore nei pazienti emofilici, sono poche le pubblicazioni sull’argomento. Le linee guida per la gestione del dolore nei pazienti con emofilia sono poche e con notevoli variabilità in Europa. Approssimativamente un terzo dei pazienti emofilici soffrono di dolore cronico, il quale rappresenta il maggior problema per i pazienti oltre che un notevole costo sociale. Diversi meccanismi, inclusi i fenomeni di wind-up e i cambiamenti nei meccanismi modulatori centrali delle vie ascendenti e discendenti, potrebbero essere responsabili della deregolazione della nocicezione dei pazienti con dolore cronico.
Il dolore cronico potrebbe arrivare a provocare addirittura alterazioni a livello corticale. Infine giocano un ruolo anche le caratteristiche psicosociali come per esempio un’inappropriata credenza riguardo al dolore ( il dolore va sopportato), l’isolamento sociale, lo stress e la depressione che ne derivano possono contribuire al mantenimento del dolore stesso. La Roussel ha stressato molto il ruolo dunque dell’integrazione sociale e della prevenzione della depressione per la gestione e la prevenzione stessa del dolore.

C’è ancora molto lavoro da fare per i nostri pazienti: è a parer mio interessante l’umanizzazione che questi ragionamenti si portano con sé.