A cura di Rita Santoro

Dal 30 Novembre al 4 Dicembre si è svolto a San Diego il 60° Congresso dell’American Society of Hematology (ASH). Per quanto riguarda l’emofilia l’attenzione si è focalizzata sulla terapia genica e, soprattutto, sulle terapie non sostitutive, di cui vi riportiamo i dati più rilevanti.

Sono stati presentati i risultati definitivi dello studio HAVEN-2 nel quale pazienti emofilici con inibitore, di età inferiore ai 12 anni, sono stati trattati con emicizumab, con somministrazioni una volta a settimana, una volta ogni 2 settimane o, ancora, una volta ogni 4 settimane. L’analisi delle 3 coorti mostrava un ABR di 0,3 – 0,2 e 2,2 con una percentuale di pazienti liberi da emorragie rispettivamente del 76,9%, 90% e 60% nelle 3 coorti.
Un confronto intra-individuale nella coorte di pazienti trattati una volta a settimana mostrava una riduzione degli eventi emorragici del 99% rispetto al precedente trattamento con agenti bypassanti. Lo studio ha dimostrato che la profilassi con emicizumab è ben tollerata, meno invasiva, e può prevenire o ridurre significativamente le emorragie in questa popolazione di pazienti, anche quando somministrata con frequenza ridotta. Si è dimostrato, inoltre che la terapia con emicizumab si associa ad un basso tasso di comparsa di Anticorpi Antifarmaco (AA) pari al 3,5%, simile, peraltro, a quello riportato per altri anticorpi monoclonali. AA con potenziale neutralizzante sono stati osservati in <1% dei pazienti. Sulla base di queste analisi, il tasso di AA con rischio di conseguenze cliniche in pazienti trattati con emicizumab è molto basso e il monitoraggio routinario di questi anticorpi non è pertanto consigliato.

È stato poi presentato uno studio clinico osservazionale, il protocollo Atlanta, il cui obiettivo era quello di valutare l’uso dell’ITI in pazienti pediatrici con Emofilia A e inibitore, in profilassi con emicizumab. Sono stati valutati 10 pazienti, 7 con ITI iniziata da almeno 8 settimane e 3 con ITI da meno di 8 settimane. Lo scopo dello studio era quello di determinare le dosi e il tipo di concentrato di FVIII usato per l’ITI, il cambiamento nel titolo dell’inibitore e la farmacocinetica del FVIII, la comparsa di eventi avversi. Tre pazienti su 7 non hanno presentato emorragie. Non vi sono stati eventi avversi. Questi risultati, sebbene preliminari, suggeriscono che l’ITI, in questi pazienti, può essere effettuata con sicurezza.

È stata presentata, ancora, una serie di casi riguardo al mantenimento dell’emostasi perioperatoria in pazienti con emofilia A grave con inibitori in profilassi con emicizumab. Tutti i pazienti hanno continuato la profilassi con emicizumab nel periodo perioperatorio, è stato evitato l’uso dell’aPCC a causa del potenziale rischio di trombosi e di microangiopatia trombotica ed è stato preferito, come agente bypassante, il rFVIIa; nei pazienti con risposta nota al FVIII ad alte dosi si è preferito questo trattamento.
Sette pazienti (4 pediatrici, 3 adulti) sono stati sottoposti a procedure invasive in corso di profilassi con emicizumab e 2 a procedure minori che hanno richiesto sola osservazione (i 4 pazienti pediatrici sono stati sottoposti a procedure correlate a posizionamento di accesso venoso centrale; i 3 pazienti adulti sono stati sottoposti a rimozione di una protesi peniena infetta, estrazione dentale complessa – 4 estrazioni e 1 alveoloplastica – e a una sinoviectomia del gomito destro con escissione della testa del radio). Nessun paziente ha avuto complicanze emorragiche o trombotiche o microangiopatie trombotiche. Quella serie di casi è al momento la più ampia disponibile, al di là degli studi HAVEN, sulla gestione perioperatoria dei pazienti con emofilia A grave inibitori a basso o alto titolo in profilassi con emicizumab. Durante le procedure invasive riportate, i pazienti hanno richiesto dosi ridotte di FVIII o di agenti bypassanti e hanno presentato complicanze minime. Le procedure minori sono state condotte senza terapia addizionale, con la sola osservazione clinica.