ACCOGLIENZA / ASCOLTO

Sono molto triste. Ho capito, dopo la diagnosi, che è colpa mia se mio figlio è nato con l’emofilia.

Cara Mamma, capisco il suo sentimento.

Accoglienza/ascolto

Nessuno può capire come mi sento.

Richiesta di aiuto

mi aiuti a capire!

In una parola sola posso solo dire che mi sento un grande peso nel cuore, una colpa immensa.

Anche il medico chiede di essere aiutato, riconoscendo una competenza alla mamma

Cosa ne dice se cominciamo a parlare dei suoi sentimenti e del peso che lei sente?

Accoglienza/ascolto
RESPONSABILITA’

Si ho una grande responsabilità nei confronti di mio figlio, se è nato emofilico è colpa mia!

Dalla colpa alla responsabilità

Concentriamoci sulla grande responsabilità, cosa ne pensa?

Responsabilità

Si credo che la responsabilità di un genitore nei confronti del figlio sia molto importante! Ma in questo caso io mi sento anche in colpa!

Ritorno alla colpa

Si sente o è?

Valorizzazione del sentimento e distinzione

In effetti non credo che avrei potuto fare qualcosa, lei cosa crede?

credo che i suoi sentimenti siano importanti e anche il suo senso di responsabilità.

Si inserisce il dubbio/problematicità

Certo io non volevo che mio figlio fosse emofilico e francamente non so come avrei potuto fare, per fare in modo che non lo fosse. Questo senso di colpa mi tormenta e non mi aiuta.

Superamento e della colpa/intenzionalità. E consapevolezza dell’inutilità del senso di colpa
CONSAPEVOLEZZA

Forse non aiuta nemmeno suo figlio. Cosa ne pensa?

Direi di no…!

Sottolineatura della consapevolezza

Come si chiama suo figlio?

Luca.

Normalizzazione. Il figlio non è solo la “sua emofilia” Si introduce una identità complessa a partire dal Nome Proprio

Allora auguri a Luca e alla sua mamma, lunga vita, tante gioie, preoccupazioni quanto basta e… Buona giornata

Normalizzazione delle preoccupazioni!
NOTE FINALI

Il dialogo presenta una ristrutturazione con alcuni passaggi in cui il Dr. accompagna la mamma ad ascoltare la sua narrazione. La mamma ripercorre quello che racconta e lo riformula con dei significati più utili e funzionali al suo benessere e al benessere del figlio. L’esito è un passaggio dal senso di colpa al senso di responsabilità e da una preoccupazione impotente ad un preoccupazione comune a tutte le madri.

COSA DICE L'ANTROPOLOGO MEDICO

Quando il medico specialista incontra i genitori che ormai hanno appreso che il loro figlio è emofilico, con buona probabilità si troverà difronte alla madre che sta maturando in sé l’idea che è portatrice di una malattia, che non appare in lei, ma nel bambino da lei generato.

Allora molto spesso il senso di responsabilità che la madre ha verso lo stato di salute del figlio, può trasformarsi in senso di colpa.

In primis la madre cercherà con il medico di approfondire il tema della trasmissione genetica. Qui la comunicazione medico paziente si fa difficile, perché il medico dovrà semplificare la spiegazione complesse della trasmissione genetica.

É necessario tenere bene in considerazione che le informazioni raccolte attraverso il medico saranno tradotte al fine di essere comprese dalla madre (probabilmente da entrambi i genitori). Da tener presente che il genitore, spesso non ha accesso ai saperi medici.

Quindi nel tentativo di rendere semplice il linguaggio e di fornire una spiegazione alla portata del paziente si deve ricordare che il messaggio verbale verrà declinato secondo i riferimenti culturali disponibili.

Per esempio nella messa in latino, grazie anche alla presenza di immagini di affreschi sulle pareti delle chiese i fedeli hanno utilizzato per anni le scarse parole comprese per creare risposte che potessero dare soluzione a difficoltà esistenziali personali e sociali.

In un altro caso i rituali sciamanici, che sono a trasmissione orale, utilizzano testi verbali con riferimenti culturali non più comuni, ma i loro significati vengono riassegnati secondo le esigenze contemporanee.

Il medico come l’insegnante, il giudice, ha un ruolo anche di portavoce delle aspettative sociali. La spiegazione del medico rispetto alla trasmissione genetica corre il rischio di inserirsi e di favorire un contesto di senso di colpa del genitore.

I genitori trasmettono ai loro figli i geni, anzi il complesso dei propri geni, che oggi con l’epigenetica è anche chiaramente influenzato dalla vita condotta dai genitori. Se il genitore percepisce la trasmissione genetica, quale patrimonio di geni che passa da genitori a figli, cioè una dote su cui crescere il proprio progetto di vita, va tenuto in considerazione che il genitori potrebbero considerare la propria personalissima dote genetica come dono viziato consegnato al figlio.

Il medico specialista e il medico in genere, così come il personale sanitario si trova a dover gestire il portato emotivo di una malattia che “dipende dal genitore” anziché da un agente patogeno esterno.

A cura di Cinzia Marchesini
Antropologo medico

COSA DICE LO PSICOLOGO

Nelle professioni d’aiuto, prestare aiuto significa innanzi tutto prestare ascolto.

Non è facile ascoltare: ciò che raccogliamo dal paziente è un lamento. Un lamento di dolore. Questo lamento suscita in noi altro dolore; nei più sensibili di noi è un dolore dato dalla immedesimazione, perché il dolore è universale.

Nel miracolo dell’empatia, due esperienze si toccano: tu sei me e chi ho dinnanzi sono io. Io allora ti sento. Sento, non solo immagino, ma proprio sento ciò che tu provi.

Tu mi dici che tuo figlio è malato e io comprendo ciò che significa anche se un figlio io non ce l’ho, perché sono stato figlio anche io. Li vedevo, sai, i miei genitori angosciati quando io stavo male. Poi, le cose non vanno sempre bene nella vita, nemmeno dietro questa scrivania, al riparo del mio camice bianco. È beffarda la vita, il dolore non lo risparmia proprio a nessuno.

È nel suo ultimo film che Almodovar affronta il tema dell’evitamento del dolore. Julieta è una giovane donna la quale incontra, in treno, un anziano viaggiatore che le si siede davanti e le chiede di parlare. Ma il suo sguardo è troppo cupo perché lei possa, o voglia, sostenerlo. Di buon grado accetta invece le avances di un giovane, Xoan, al quale è certo più piacevole concedersi. L’anziano viaggiatore si suicida. Forse quella richiesta di scambiare due parole era l’ultima chance che aveva concesso alla vita.

L’evitamento del dolore contrassegna tutti i personaggi del film, creando una spirale di eventi che, con un tragico contrappasso finale, travolgerà il destino di tutti.

È un film che lascia un amaro in bocca ma anche un grande messaggio. In una società edonista costantemente alla rincorsa del piacere, con chi soffre non ci vuole fare i conti nessuno. Per professione, invece a noi tocca di farlo.

Cosa potremmo dire allora a quel genitore dell’esempio più sopra? Ha un figlio con una malattia da cui non potrà mai guarire. Quali aspettative la vita può offrire a chi è stato colpito dalla più grande ingiustizia possibile: una giovane esistenza segnata?

Nel rispondere al dettaglio, sensibilità ed esperienza ci faranno da guida. In linea di massima, invece, potremmo far sentire quel genitore così come lui fa sentire suo figlio quando lo immaginiamo, chino al buio sul lettino a sussurrargli: “non sei solo, non ti abbandono. Io sono con te”!

Chiunque prova dolore merita di sentirsi accolto e abbracciato.

Perché, sapete?, quando si soffre torniamo tutti un poco bambini.

A cura di Tiziana Felicioni
Psicologa