Commento ad un articolo del New England Journal of Medicine
Sul numero del 20 febbraio del New England Journal of Medicine è stato pubblicato un particolarissimo articolo dal titolo: La morte di un Uomo Spiacevole (Earnest M. The Death of an Unlikable Man. N Engl J Med. 2025 Feb 20;392(8):733-735).
Il signor M. era un paziente che richiedeva spesso morfina per il dolore toracico ed era noto per il suo comportamento difficile. Nel corso di specializzazione dell’autore, il signor M. è stato ricoverato più volte in diversi ospedali, presentando sempre un dolore toracico. Il suo elettrocardiogramma era anormale da anni e questo, insieme al dolore e all’anamnesi, lo portava spesso a essere ricoverato nell’unità di terapia intensiva (ICU) o nella stepdown unit1.
Nonostante la nitroglicerina, che gli causava mal di testa, il signor M. insisteva che solo la morfina alleviava il suo dolore. Dopo aver ricevuto la morfina, si lamentava di tutto il resto, compreso il letto, il cibo e l’assistenza infermieristica. Era particolarmente duro con il personale infermieristico, usando incessantemente il pulsante di chiamata e ricompensando la loro attenzione con parolacce e insulti.
Durante il suo ultimo ricovero, il signor M. ha ricevuto una terapia litica, che ha indotto uno stato ipocoagulativo per un certo periodo, mettendolo a rischio di un’emorragia pericolosa per la vita. La specializzanda che lavorava con l’autore era nuova e l’autore le spiegò i rischi e le diede il permesso di usare morfina e lorazepam, un ansiolitico, secondo le necessità. Quella notte, il signor M. ricevette una dose di lorazepam superiore a quella abituale e la mattina dopo fu trovato non reagire. Una TAC rivelò una grande raccolta di sangue che premeva sul cervello e, nonostante gli sforzi per salvarlo, il signor M. non riprese mai conoscenza.
L’autore riflette sul suo senso di colpa e sulla responsabilità provata per la morte del signor M., rendendosi conto che l’autocompiacimento si era insinuato a causa del comportamento difficile del paziente. La storia sottolinea l’importanza dell’empatia e della vigilanza nella cura dei pazienti, anche di quelli difficili.
L’articolo discute quindi l’importanza della resilienza nell’assistenza sanitaria, sottolineando la necessità di approcci personalizzati e della comprensione delle esigenze individuali dei pazienti.
In particolare, sottolinea l’importanza della resilienza, cioè della capacità degli individui di far fronte allo stress e alle avversità uscendone rafforzati, di saper resistere e di riorganizzare positivamente la propria vita e le proprie abitudini a seguito di un evento critico negativo.
L’Autore ribadisce come la resilienza nei pazienti debba essere affrontata individualmente, considerando le loro percezioni, i loro punti di forza e le loro difficoltà al fine di fornire raccomandazioni mirate. Le risorse di resilienza sono classificate in risorse provenienti dalla comunità in cui si vive (famiglia, amicizie, società), le caratteristiche individuali e spirituali, che aiutano i pazienti a superare le avversità. Gli operatori sanitari dovrebbero valutare la resilienza dei loro pazienti chiedendo informazioni sul supporto della comunità, sui meccanismi di coping personali e sulle percezioni esistenziali.
La storia del signor M. sottolinea la necessità per gli operatori sanitari di mantenere l’empatia e la vigilanza, anche nei confronti di pazienti difficili, per evitare l’autocompiacimento e assicurare un’assistenza di qualità.
Questo articolo sottolinea l’importanza di ascoltare il paziente, di porgli le domande giuste, non solo dove sente dolore. Il paziente è una persona, non un semplice “portatore di malattia” o, peggio, spersonalizzandolo, un organo malato. L’Autore richiama una pubblicazione di Francis Peabody su JAMA del 1927: “Il segreto della cura del paziente sta nel prendersi cura del paziente”.
Articolo questo davvero straordinario: “The Care of the Patient” di Francis W. Peabody, pubblicato nel Journal of the American Medical Association nel 1927 (Peabody FW. The care of the patient. JAMA 1927; 88: 877-82 – disponibile su https://jamanetwork.com/journals/jama/article-abstract/245777 ), discute l’importanza della relazione personale tra medico e paziente nella pratica medica. Peabody critica l’educazione medica moderna per la sua eccessiva enfasi sulla scienza e la diagnosi delle malattie, trascurando l’arte della cura del paziente. Sottolinea che la medicina non è solo una scienza ma anche un’arte che richiede empatia, comprensione e un rapporto personale con il paziente.
Peabody evidenzia come la pratica medica negli ospedali tenda a diventare impersonale, con i pazienti trattati come casi clinici piuttosto che come individui con emozioni e preoccupazioni. Sottolinea l’importanza di conoscere il contesto di vita del paziente, comprese le sue preoccupazioni finanziarie e familiari, per fornire una cura efficace.
Inoltre, Peabody discute i disturbi funzionali, spesso trascurati dai medici perché non mostrano evidenze organiche. Egli afferma che questi disturbi sono reali e spesso causati da reazioni emotive, e che il trattamento efficace richiede una comprensione profonda del paziente come individuo.
Infine, Peabody incoraggia gli studenti di medicina a sviluppare relazioni personali con i pazienti già in contesti ospedalieri, sottolineando che la cura del paziente richiede tempo, empatia e comprensione.
Conclude che una delle qualità essenziali di un clinico sia l’interesse per l’uomo, perché il segreto della cura del paziente risiede nell’avere cura del paziente come persona.
A Cura di Alessandro Gringeri

