Sono rimasto colpito da questo articolo molto interessante pubblicato online il 25 agosto su Haemophilia, scritto da un esperto di frazionamento del plasma e lui stesso paziente, che mette in discussione alcune delle conclusioni dell’Infected Blood Inquiry (IBI). L’IBI è stata istituita nel Regno Unito per occuparsi del risarcimento delle vittime di prodotti plasma-derivati infetti ed è stata attiva dal 2018 al 2024. Molte vittime sono morte, ma alcune sono sopravvissute grazie ai progressi nei trattamenti farmacologici.
Sebbene le conclusioni dell’IBI in materia di risarcimento siano lodevoli e abbiano ricevuto un sostegno praticamente unanime, meno lodevole è l’aura di colpa che è derivata dalla copertura mediatica sensazionalistica dei risultati dell’IBI, accentuata dal suo duro linguaggio e dall’atteggiamento a volte minaccioso di alcuni partecipanti al processo nei confronti di diversi medici britannici specializzati nel trattamento dell’emofilia, alcuni dei quali ormai deceduti e quindi impossibilitati a difendersi.
L’Autore critica le conclusioni dell’IBI, sottolineando le questioni trascurate sollevate dai testimoni.
In particolare, l’affermazione dell’IBI secondo cui l’uso di grandi pool di plasma abbiano aumentato il rischio di infezione. L’autore ha contestato questa affermazione, perché i concentrati di fattori non possono essere prodotti da crioprecipitati singoli o da pool di piccole dimensioni; inoltre, le buone pratiche di fabbricazione (GMP) richiedono pool più grandi per il controllo della qualità, anche se un numero maggiore di donatori implica un rischio più elevato di aver incluso un donatore infetto. D’altra parte, è discutibile che i crioprecipitati siano più sicuri dei concentrati di fattori. Infatti, egli stima un rischio cumulativo del 5,5% per l’HIV e del 100% per l’HCV utilizzando crioprecipitati in assenza, all’epoca, di test di screening.
I medici curanti sono stati accusati dall’IBI di aver utilizzato i pazienti per la ricerca e di averli inseriti nel gruppo di controllo o di profilassi, con frequenti allusioni alla “sperimentazione”, come un esercizio banale che abusava dei concentrati. Questo è considerato dall’Autore, e noi concordiamo con lui, inaccettabile, poiché era fondamentale dimostrare la maggiore efficacia della profilassi rispetto al trattamento a domanda, anzi era un lavoro pioneristico, che solo 20 anni dopo è arrivato ad una conclusione.
Il commento affronta anche le affermazioni dell’IBI sui ritardi negli sforzi di inattivazione virale da parte dei frazionatori britannici. Riconosce che, sebbene siano stati gli sforzi dei produttori quelli che abbiano migliorato la sicurezza, inizialmente almeno parzialmente, il percorso per raggiungere la sicurezza virale sia stato complesso e irto di sfide.
L’autore condivide poi le sue esperienze personali come paziente affetto da emofilia B, sottolineando le limitate opzioni terapeutiche disponibili per le persone con deficit di FIX. Racconta la tragica perdita di suo fratello a causa della mancanza di trattamento a Malta, sottolineando l’importanza di riconoscere il contributo dei medici britannici, in primo luogo il dottor Rizza per cercare di salvare il fratello, e, come lui, tanti altri pazienti.
La conclusione, che condivido personalmente, è che l’IBI abbia sostenuto con successo il risarcimento delle vittime, ma abbia affrontato in modo errato altre questioni critiche. È molto importante sottolineare che l’Autore, paziente lui stesso e portatore di un’infezione trasmessa dagli emoderivati, inviti a passare dall’amarezza alla gratitudine nei confronti di coloro che hanno fornito assistenza ai pazienti emofilici. Certo, per tanti di noi che hanno vissuto quegli anni e quella tragedia, queste affermazioni non possono che procurare un po’ di sollievo.
Commentary: The Infected Blood Inquiry in the United Kingdom—Let the Dust Settle
By Albert Farrugia – Medical School, The University of Western Australia, Perth, Australia
[Haemophilia, 2025; 0:1–4. Open access]
a cura di: Alessandro Gringeri

